Quando mi riconosci, mi insegni.

Questo scatto nasce da un’esortazione di Giorgia, una di quelle frasi dette con naturalezza, come se fosse la cosa più semplice del mondo, e invece per me non lo era affatto; “fammi una foto così”, e io, che nella scena ero soltanto a petto nudo, mi sono accorto che non stavo lottando con la nudità del corpo, stavo lottando con la nudità dello sguardo, perché mostrarsi non significa esporre pelle, significa esporsi al riconoscimento, e se dentro di te hai imparato che il riconoscimento è raro, o pericoloso, o condizionato, il corpo lo sente come un rischio.

Nella foto non c’è nulla di “eccessivo”, non c’è nulla che un estraneo definirebbe scandaloso; eppure per me c’era il punto più delicato: sentire che potevo piacere a loro, che potevo piacere a Giorgia e Magda, senza dovermi costruire un personaggio, senza dover fare il forte, senza dover dimostrare; questa cosa così semplice — essere guardati con amore e restare lì — è già un lavoro interiore, perché la vergogna non è un fatto estetico, è un fatto legato alla tua storia.

Ho pensato a quanto, dentro una connessione intima, il riconoscimento sia fondamentale; e non parlo del complimento, parlo di quella vibrazione sottile che ti dice: “Ti vedo, sei qui, sei reale”; il problema è che nessuno può riconoscerti davvero se tu, dentro, non hai un minimo di apertura a ricevere, perché se l’autostima è un campo minato, ogni carezza diventa sospetta, ogni parola bella sembra “troppo”, e il corpo tende a chiudersi, anche mentre sorride.

Quello che mi ha colpito è questo: Giorgia mi riconosce delle cose belle del mio aspetto che io, sinceramente, non riconosco ancora; non perché lei idealizzi, ma perché io ho un’abitudine antica a guardarmi con la lente della mancanza, come se il valore dovesse essere sempre conquistato, sempre meritato, sempre dimostrato; e allora il suo sguardo, invece di essere soltanto un piacere, diventa una soglia evolutiva: mi mostra una possibilità; mi dice che esiste una versione di me che può essere vista e amata senza fatica.

E qui c’è un compito, ed è un compito che non voglio delegare all’altro: arrivare a riconoscere io ciò che lei riconosce; imparare, lentamente, a vedermi con i suoi occhi, e poi, ancora più in profondità, a vedermi con i miei occhi ripuliti, occhi che non cercano difetti per proteggersi, ma presenza per vivere.

In Intimate Flow parliamo spesso di intimità come pratica, e oggi questa foto me lo ricorda in un modo disarmante: l’intimità non è solo ciò che fai con il corpo, è ciò che ti permetti di ricevere; e ricevere riconoscimento è una forma di nudità, forse una delle più difficili; perché implica fiducia, implica arrendersi a un’evidenza semplice: che si può essere desiderati, stimati, amati, anche quando dentro non si è ancora completamente convinti del proprio valore.

Questo scatto, alla fine, non racconta un petto nudo; racconta un movimento: dalla chiusura alla disponibilità, dalla diffidenza al permesso, dalla vergogna alla bellezza; e se mi chiedi che cosa stiamo davvero costruendo, oltre alla nostra vita insieme, io ti direi questo: stiamo costruendo la capacità di riconoscerci; e il riconoscimento, quando è autentico, non è un premio; è una medicina.


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