Radicati nel piacere
Ci sono immagini che, se le guardi con l’occhio vecchio del tabù, sembrano “troppo”; e poi ci sono immagini che, se le guardi con l’occhio della presenza, diventano quasi una preghiera del corpo, perché raccontano una verità che non ha niente a che vedere con la performance ma con la fiducia.
Lo scatto che pubblichiamo oggi è esplicito, sì; ma la parte più esplicita, per me, non è il gesto, è l’intenzione, è la qualità del campo che Giorgia ha portato: mi ha insegnato che certe esperienze non si “fanno”, si costruiscono, e si costruiscono prima di tutto nelle condizioni; tempo, cura, spazio, ascolto, quella lentezza che non è esitazione, è rispetto della materia viva.
Giorgia ha voluto che il corpo non percepisse nulla come intrusione, nulla come forza; ha voluto che ogni passaggio fosse un linguaggio: preparazione lunga, attenzione, presenza, una forma di amore che non spinge, ma accompagna; e io ero incantato, meravigliato, perché ho visto con i miei occhi una cosa che tante persone non immaginano nemmeno: che la preparazione può essere già estasi, che il piacere può nascere prima dell’“apice”, e che quando il corpo si sente al sicuro, la gioia diventa vasta, quasi infantile, quasi pura.
In quei momenti ho sentito qualcosa che mi ha fatto sorridere amaramente a tutto il teatro del mondo: quanta energia mettiamo nel consumare, nel comprare, nel riempire vuoti, quando basterebbe imparare a stare nella realtà del contatto per scoprire che il nutrimento che cerchiamo fuori spesso è un surrogato; questa non è una legge universale, ma è una sensazione limpida che mi attraversa: quando l’intimità è vera, non ti lascia affamato, ti lascia pieno.
E poi, quando è arrivato il momento, è diventata connessione nel senso più concreto: non un “fare qualcosa”, ma un affidarsi reciproco; ho sentito che, da quel punto in poi, tra me e Giorgia c’era un patto più profondo, una fiducia coltivata non con le parole, ma con la cura; come se avessimo piantato qualcosa nella terra e avessimo detto: qui possiamo crescere.
C’è una cosa che mi resta addosso, più dello scatto stesso: l’idea che la parte più “fragile” del corpo, quella che molte persone associano alla paura di essere ingannate, usate, prese in giro, possa diventare invece un luogo di verità; e che proprio lì, dove tanti sentono minaccia, possa nascere radicamento, presenza, appartenenza al proprio corpo.
Questo è Daily Intimate Flow: non scandalizzare, non provocare; restituire bellezza a ciò che è stato sporcato, e restituire semplicità a ciò che è stato complicato dalla vergogna; perché quando due persone si incontrano così, con questa cura, la sessualità smette di essere un atto e diventa una costruzione interiore condivisa, una piccola architettura d’amore che regge.