Prenditi un minuto per leggere prima di guardare il video:

Questo video dura circa cinque minuti, e per come lo viviamo noi contiene un messaggio che vale più della durata: la sessualità smette di essere un gesto automatico nel momento in cui il corpo viene trattato come materia viva, degna di cura, e non come “strumento” da usare per arrivare a una scarica.

Si vede una posizione semplice, quasi archetipica; proprio per questo diventa interessante, perché non c’è l’alibi dell’esotico, non c’è la scusa del “fare cose strane”; c’è la domanda essenziale:

con che qualità stai dentro l’atto?

E la qualità, qui, si manifesta subito in una cosa che molti evitano: prepararci senza vergogna, toccarci davanti all’altro con naturalezza, come si fa con ciò che si ama; questa parte per molte persone è un nodo, perché hanno imparato che i genitali vanno nascosti, che il desiderio va gestito in segreto, che il corpo “si fa” e non “si accoglie”; eppure, quando la preparazione viene fatta con rispetto, succede una cosa sorprendente: il sistema nervoso capisce che non sta entrando in allarme e la fiducia comincia.

Poi arriva il bacio; e io lo considero una specie di giuramento breve: la bocca che bacia prima di chiedere al corpo di aprirsi, le mani che si muovono con delicatezza, la pelle che viene ascoltata, perché l’eccitazione non è solo calore, è sicurezza; e quando la sicurezza cresce, cresce anche il piacere.

Qui mi interessa dirlo con pragmatismo: il tocco lento e affettivo è associato a segnali di benessere e connessione, e in letteratura si parla anche di un sistema di fibre (C-tattili) sensibili alle carezze lente, implicate nel “social touch”, cioè nel contatto che regola e avvicina.

Nel video, quella che molte persone chiamerebbero “eccitazione” è anche una forma di estetica: i corpi compongono forme, i gesti hanno ritmo, la nudità si lascia vedere come opera; e qui tocchiamo un nervo collettivo: tanta gente si eccita e contemporaneamente si scandalizza, perché l’eccitazione è stata associata a colpa, a sporco, a perdita di controllo; noi, invece, stiamo facendo un’operazione molto più semplice e più radicale: restituire bellezza a ciò che è naturale.

A un certo punto l’intensità cresce; e qui entra un tema delicato, che va detto senza machismo e senza moralismi: la forza, quando è consensuale, comunicata, accolta, può diventare contenimento, può dire “ti tengo”; quando è imposta o usata per coprire vuoti, diventa altro, e il corpo lo registra. Nel video, l’aumento di intensità non cancella la cura: la trasforma; le mani diventano più presenti, più ferme, e quell’essere preso può dare un senso di sicurezza profonda, una frase muta: “non ti lascio cadere”, “sono qui”, “ti sento”.

Poi le carezze diventano forza: in quel momento il dolore non viene percepito come tale, viene percepito come un coadiuvante del piacere: è l’intensità che, sempre nel consenso, porta il corpo a sentirsi più vivo che mai.

Arriva poi un passaggio che, per me, è il cuore etico del video: dopo l’estasi di Giorgia, la scena non “finisce”; c’è un tempo di contatto lungo, di carezze, di presenza; e qui Daily Intimate Flow diventa anche una critica pratica al sesso-consumo: molti inseguono la propria scarica e poi si staccano, come se il corpo dell’altro fosse stato un mezzo; noi stiamo allenando un’altra intelligenza, quella che resta, che accompagna, che integra. Il corpo, dopo un picco di piacere, è vulnerabile; e la vulnerabilità, quando viene custodita, diventa fiducia per il futuro.

E sì: in questo video io non cerco di “raggiungere anch’io” come urgenza; questo dettaglio per me ha valore, perché ricorda quanto la sessualità possa diventare un luogo in cui l’ego si misura e si rieduca: quando l’uomo smette di mettere se stesso al centro come obiettivo e torna a essere presenza, il piacere cambia natura.

Questo è ciò che stai per vedere: non solo un video esplicito, ma una visione dell’intimità in cui la lentezza non è lentezza “romantica”; è lentezza funzionale, nervosa, spirituale; perché un atto può eccitare e svuotare, oppure eccitare e nutrire, e qui stiamo mostrando la seconda possibilità.